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La maggioranza dei fumatori globali vive nei Paesi a Medio e Basso reddito: lo studio

Diciassette anni dopo l’adozione della Convenzione quadro per la lotta al tabagismo – firmato sotto gli auspici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – implementare politiche efficaci in grado di ridurre la piaga del fumo a livello mondiale rimane ancora una sfida incompiuta.

Nonostante gli sforzi a livello internazionale, il numero globale di fumatori (pari a 1,3 miliardi) rimane invariato da oltre due decenni. Ad un calo della prevalenza di fumatori nei paesi più ricchi si riscontra un aumento del numero di tabagisti nei paesi a medio e basso reddito uniti ad una imponente crescita demografica.

L’80% di fumatori vive in Paesi a medio e basso reddito, in particolar modo nel Sud-Est Asiatico, Africa, Medio Oriente e nell’area Mediterranea. In paesi come Cina, India e Indonesia i fumatori nazionali rappresentano il 46% di tabagisti globali.

In queste regioni, anche la mortalità da fumo è la più alta al mondo.

Per questo, un recente studio condotto dall’International Network of Nicotine Consumer Organisations (INNCO) – organizzazione internazionale che promuove il Tobacco Harm Reduction (THR) – ha sottolineato l’assoluta necessità di politiche specifiche tese alla riduzione da danno da Fumo in questi paesi e soprattutto, all’implementazione di quelle esistenti.

Perchè le attuali politiche di Riduzione da Danno da Fumo sono efficaci nei paesi ricchi ma non negli altri? Questa la domanda principale alla base della pubblicazione del paper “Why Bans of Low-Risk Nicotine Alternatives to Smoking in Low- and Middle-Income Countries (LMICs) Will Do More Harm Than Good” da parte dell’INNCO.

In primo luogo, secondo lo studio, i divieti generalizzati sui sistemi elettronici di rilascio della nicotina (ENDS) producono un danno per le nazioni in questione. Nel documento di sintesi, infatti, si afferma che i divieti sui prodotti a vapore e di tabacco riscaldato sono una soluzione semplicistica che aggrava di gran lunga i problemi derivanti dalle sigarette convenzionali.

In particolare, non si prenderebbe in considerazione le particolarità regionali e nazionali di ogni paese inserendoli tutti in un unico calderone.

Le persone che fumano sono individui con i propri bisogni e diritti, che vivono in modo diverso
circostanze. I politici troppo spesso trascurano questo aspetto, raggruppandoli in un gruppo amorfo, in particolare quelli che vivono nei Paesi a medio e basso reddito. Le variazioni regionali richiedono considerazioni locali”
ha dichiarato Samrat Chowdhery, Presidente dell’INNCO.

In aggiunta, anche l’impostazione proibizionista si è già dimostrata da tempo obsoleta, irrealistica, e controproducente per una efficace politica di riduzione da danno da fumo.

Come evidenziato dall’INNCO, i divieti in questi paesi si applicano solo ai prodotti alternativi a basso rischio e non sui prodotti come le sigarette convenzionali, negando di fatti ai fumatori l’accesso ad alternative più sicure per la salute senza nessuna motivazione basata sulla realtà dei fatti.

Lo studio sottolinea inoltre come la convinzione generalizzata che la mancanza di ricerca e di capacità di gestione e controllo riguardanti i prodotti alternativi a basso rischio in questi paesi non sia un motivo valido per vietarne la commercializzazione a-priori.

Per tali motivi, l’INNCO stima che in molti paesi tali politiche mettano a rischio la lotta contro il fumo a meno che non si utilizzi un approccio maggiormente pragmatico che utilizzi lo Harm Reduction in tutte le sue forme e, in particolar modo, tramite l’adozione di prodotti a combustione ridotta.

Mentre il mondo si sta muovendo verso l’uguaglianza e la parità, ecco che arriva un’organizzazione ben finanziata che dice, mentre va bene in Occidente, le persone nei paesi in via di sviluppo non dovrebbero avere accesso a questi prodotti. Stanno imponendo la propria volontà a questi paesi.” cosi’ Chowdhery citato dal magazine di settore FilterMag.


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