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Fumo e svapo non sono sullo stesso piano. Il divieto di fumo a Milano va reinterpretato

Milano è diventata la prima città europea a bandire il fumo al di fuori degli spazi chiusi. Una decisione che riguarda sia il fumo di sigaretta convenzionale sia lo svapo. La ratio della norma risiede nella necessità di tutelare il diritto alla salute o di mitigare il rischio di contagio? Fumo elettronico e fumo tradizionale sono la stessa cosa?

La decisione della città di Milano di vietare il fumo alle fermate di bus e tram, negli spazi verdi o dedicati allo sport, in stadi e cimiteri, oltre che ad una distanza di 10m da altre persone sta suscitando reazioni avverse a livello comunitario.

Da un lato, la scelta può essere interpretata come una logica conseguenza del bando introdotto nel 2003 che vieta il fumo nei luoghi chiusi, e che porta con sé la logica sottintesa che fumo e svapo sono sullo stesso piano. Ma questa autocrazia della salute non rischia di minare anni di ricerca del settore?

Sull’argomento interviene il prof. Riccardo Polosa, fondatore del CoEHAR: “Io ritengo necessario considerare due aspetti importanti.

Da un lato abbiamo prove sufficienti sulla minore dannosità delle sigarette elettroniche che, in paesi come l’Inghilterra ad esempio, vengono addirittura consigliate nelle strutture di salute pubblica come valido supporto nei percorsi di cessazione.

Dall’altro lato, le autorità di salute pubblica italiane temono che svapare comporti un aumento delle probabilità di propagare il coronavirus“.

Tuttavia, un recente studio firmato dai nostri ricercatori del CoEHAR indica che il rischio di contagio in luoghi chiusi connesso allo svapo è pari a un incremento dell’1%. Significa che a una distanza ragionevole di oltre un metro, in presenza di dispositivi di protezione personale come le mascherine, svapare non altera di fatto il tasso di contagio. 

Come paragone, considerato un lasso di tempo di due minuti, tossire aumenta il rischio del 260%. Alla luce di questi dati, come si giustifica la distanza di 10m?

Rispettando il solo principio ideologico alla base di questa fondamentale distinzione è doveroso sottolineare che non si possono mettere sullo stesso piano il fumo e lo svapo. Si tratta di strumenti e condizioni di utilizzo diversi, così come di principi opposti.

Già durante il lockdown di Marzo, la decisione di chiudere tutte le attività non essenziali aveva condannato molti fumatori al rischio di ricadere nel vizio poiché sottoposti ad una ulteriore condizione di stress, esacerbata dallo stare chiusi in casa.

Questa superficialità di giudizio nell’applicazione delle regole ci mette di fronte al rigetto di oltre un decennio di evidenze scientifiche a favore delle politiche di riduzione del danno. Se ammettiamo che le sigarette elettroniche siano un sostituto meno dannoso di quelle convenzionali, non possiamo regolamentare il fumo, considerandolo come lo svapo.

Questa dovrebbe essere l’occasione per sdoganare un’impostazione che da anni impedisce di abbandonare lo stigma che le e-cig si trascinano dietro: non stiamo parlando di sostituire una dipendenza con un’altra. Stiamo parlando di uno strumento che può essere usato sia nei percorsi di cessazione, sia per attenuare le esacerbazioni negative di tutta una serie di patologie che derivano dal fumo (come diabete, ipertensione arteriosa, BPCO e schizofrenia).

A livello ideologico non possiamo accomunare i due mondi: identificarli come un universo unico significa accettare che non esistano gradi di rischio diversi e dunque, di fatto, eliminare una possibilità di uscire dal fumo a chi ne necessita. Se davvero il Covid-19 ci ha insegnato l’importanza della salute e se davvero il fumo è un fattore di rischio questa patologia polmonare, perché vietare un sostituto che può lenire gli effetti negavi?

Siamo in un periodo di difficoltà, dove un nemico invisibile ha posto l’attenzione sulla salute per la prima volta in era moderna. Ma la portata di questa rivelazione non dovrebbe oscurare anni di evidenze scientifiche. Stiamo cambiando l’approccio al mondo della sanità, ma in primis dobbiamo accettare di dover modificare alcuni canoni su cui essa si basa, senza ragionare nell’ottica del “bianco o nero”.

Giornalista praticante, collabora con LIAF, dove scrive di salute e attualità. Appassionata di sport, con un passato da atleta agonista di sci alpino, si diletta nell'indagare le nuove frontiere della comunicazione e della tecnologia, attenta alla contaminazione con generi e linguaggi diversi.

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