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martedì, Settembre 29, 2020
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Smartphone e COVID-19: il limite tra privacy e necessità

Come in Cina, anche in Europa si iniziano a proporre soluzioni e strumenti che prevedono l’utilizzo dei nostri telefoni e dispositivi tecnologici indossabili per tracciare e contenere il COVID-19. Fantascienza? Beh se no per la tecnologia in sé, per le implicazioni assolutamente si. 

Il settore dei dispositivi indossabili che monitorano la salute potrebbe in futuro potrebbe arrivare ad essere utilizzato su larga scala per prevenire e gestire emergenze sanitarie.

A questo punto però la domanda si fa interessante: in tempi di emergenza si è sempre portati ad accettare soluzioni drastiche che possono limitare la libertà personale, condividendo dati appartenenti alla privacy di ognuno di noi.

Il problema è revocare questa possibilità una volta finita l’emergenza. Come si può davvero essere sicuri che il consenso da noi concesso non sia più valido? Una volta che garantiamo l’accesso ai nostri dispositivi come possiamo essere sicuri che questi non vengano più utilizzati?

Da Israele alla Corea del Sud, le soluzioni proposte diventano sempre più realtà: in Corea, ad esempio, un’app, che deve essere installata da tutti per poter funzionare, permetterebbe di incrociare i dati dell’utente con quelli provenienti dai servizi di sorveglianza, potendo così rintracciare tutti i contatti tra i contagiati.

Significa di fatto consentire l’accesso ad enti esterni o governativi a una miriade di dati sensibili personali e poterli riutilizzare nell’immediato con un semplice consenso fornito al momento dell’installazione.

Questo però comporta dei retroscena alquanto interessanti, esemplificati chiaramente durante una intervista video su Living Innovation da Helmut Spudich, ex vice presidente del settore comunicazione e responsabilità di T-Mobile Austria, una delle più grosse aziende di telecomunicazioni austriaca (qua il link).

Secondo Helmut, il problema maggiore da affrontare in una situazione come quella attuale è costituito dalle interazioni sociali, o meglio dalla loro assenza. Per sopperire alla mancanza di contatto umano, una necessità fisiologica di ogni abitante del pianeta, si mette sotto pressione il sistema delle telecomunicazioni.

Un sistema che ad oggi non era pronto ad affrontare un tale periodo di crisi a causa del COVID-19: basti pensare che nel giro di poche settimane sono state cambiate radicalmente le abitudini di vita, arrivando ad utilizzare in maniera maggiore tutti i servizi legati allo smart working o all’home delivery. E per le connessioni? Le persone hanno iniziato ad utilizzare la tecnologia per tenersi in contatto concentrando le connessioni in determinate fasce orarie: il picco, solitamente, si ha dalle 8 a mezzanotte, con un sovraccarico dovuto ai servizi di smart tv o di streaming.

Ma da un punto di vista legale, nell’adozione di un sistema di sorveglianza integrato con i cellulari quali sono i passi di cui tenere conto?

“Se dobbiamo pensare a una normativa che possa regolare l’adozione di sistemi di sorveglianza collegati ai nostri dispositivi e il conseguente riutilizzo dei dati ottenuti, ci sono delle condizioni di cui tenere conto:

  • i servizi devono essere sviluppati e gestiti dalle agenzie civili e non dai servizi segreti
  • la maggioranza qualificata del governo deve avere il controllo dell’intero sistema
  • ci deve essere una timeline: finita l’emergenza si pone fine al sistema di controllo
  • eventuali scoperte che vengono fatte sulle persone non devono essere utilizzate. 

Ad esempio, molti cittadini austriaci si sono detti preoccupati che si possa scoprire collaboratori domestici in nero nelle loro abitazioni”.

Ma le difficoltà non sono finite qua: anche concesso che si arrivi a una normativa efficace e che permetta di mantenere segreti alcuni dati sulla privacy delle persone, si dovrebbe tenere conto delle interazioni tra i network diversi a cui fanno riferimento i cittadini. Un incubo di concessioni e accordi per il trasferimento e l’utilizzo di dati sensibili, difficile da regolamentare.

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