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Primo studio al mondo su e-cig di seconda generazione: conferma su sicurezza e migliorata efficacia

Dopo ECLAT, il team dell’Università degli studi di Catania è ancora protagonista mondiale con un nuovo studio sulle sigarette elettroniche. La scorsa settimana, sulla prestigiosa rivista scientifica BMC Public Health, i ricercatori del Centro Antifumo dell’Ateneo Catanese, con la collaborazione dell’Università di Hull (UK), hanno pubblicato il primo studio clinico al mondo condotto con sigarette elettroniche di seconda generazione, meglio note come vaporizzatori personali (modelloe-go).
Lo studio, che ha coinvolto un campione di 50 fumatori non intenzionati a smettere, ha dimostrato un’importante riduzione del consumo di sigarette mediante l’uso di vaporizzatori personali nicotinizzati (0.9%) con prodotti di alta qualità made in Italy.
“Questo nuovo studio è l’ennesima prova che il vapagismo è una arma vincente contro il tabagismo” – ha annunciato il Prof. Riccardo Polosa – Direttore del Centro Antifumo e primo autore della ricerca.
“Sei mesi di uso regolare con e-cig di seconda generazione hanno reso possibile una riduzione del consumo di tabacco di almeno la metà in un buon 30% dei partecipanti – ha spiegato Polosa – passando da una media di 25 a 6 sigarette al giorno, e addirittura – continua Polosa – il 36% dei fumatori nello studio ha smesso del tutto di fumare. Di questi, un buon 15% non utilizzava più neanche la sigaretta elettronica a fine studio.”
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Per comprendere la novità rivoluzionaria di questo studio scientifico, è importante distinguere le sigarette elettroniche in due diversi tipi: i dispositivi di prima generazione (o cigalike), che generalmente imitano nelle dimensioni e nell’aspetto le sigarette convenzionali e sono costituiti da piccole batterie al litio, ricaricabili o usa e getta, e cartomizzatori/cartucce già riempiti di liquido; ed i dispositivi di seconda generazione (o personal vaporizers), oggetti molto diversi dalle “bionde”, costituiti principalmente da batterie ricaricabili ad alta capacità, con atomizzatori molto performanti in cui il liquido nel serbatoio viene rifornito dal consumatore ogni qual volta si esaurisce.
“I dati di efficacia e di sicurezza delle e-cig di prima generazione nello studio ECLAT risultano oggi ampiamente migliorati in questo studio con e-cig di seconda generazione – ha detto il dott. Pasquale Caponnetto, Psicologo Clinico e Ricercatore del Centro Antifumo. Inoltre, come prevedibile con prodotti di qualità più elevata, il livello di gradimento per le e-cig di seconda generazione è stato molto elevato con la maggioranza (76%) dei partecipanti che ha completato tutte le visite previste dallo studio”.
Il trial clinico prevedeva uno stretto monitoraggio circa l’uso di un prodotto di seconda generazione. I partecipanti sono stati seguiti per 6 mesi presso il Centro per la Prevenzione e Cura del Tabagismo (CPCT) dell’Università degli Studi di Catania – con visite di follow-up cadenzate a 4, 8, 12, e 24 settimane.
Il confronto dei risultati attuali (con e-cig di seconda generazione) con quelli ottenuti durante ECLAT (con e-cig di prima generazione) mostra un netto miglioramento dei tassi di riduzione del fumo (il 22,5% in ECLAT contro il 36% in coloro che adesso hanno usato e-cig di seconda generazione).
“Una spiegazione per questo notevole successo può essere attribuito all’alto livello di soddisfazione che il fumatore prova quando utilizza e-cig di seconda generazione – concludono gli autori –. I personal vaporizers risultano infatti essere più performanti e tecnologicamente efficaci rispetto ai vecchi prodotti, confermandosi come attrattivi e validi sostituti delle sigarette convenzionali”.
La costante evoluzione tecnologica e i migliorati standard di qualità e sicurezza di questi prodotti faranno si che le prossime generazioni di e-cig saranno così competitive rispetto alle “bionde” che il sogno di un mondo libero dal fumo potrà diventare realtà.
Gli autori ringraziano LIAF per il supporto alla ricerca e Flavourart (www.flavourart.it) per la contribuzione alle spese di pubblicazione.
Per leggere lo studio originale in lingua inglese:
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