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mercoledì, Agosto 5, 2020
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La Vita in Fumo

Quando accendete la prima sigaretta? A metà mattinata? Dopo pranzo? O appena alzati dal letto? Si tratta della domanda chiave del questionario di Fagerstrom, usato dai ricercatori per stabilire il grado di dipendenza nicotinica nei fumatori. Ovviamente, quelli che cominciano a fumare appena svegli accusano una forte dipendenza nicotinica. Chi ha sviluppato dipendenza dall’alcaloide contenuto nel tabacco sente infatti il bisogno di mantenere stabile il livello di nicotina del sangue, raggiungendo una soglia che può variare a seconda del consumo. «Dato che nel corso del riposo notturno la nicotina viene progressivamente eliminata dall’organismo, al mattino il fumatore si sveglia in uno stato di astinenza, e cerca subito le sigarette», spiega il Prof. Riccardo Polosa, responsabile del Centro Antifumo dell’Università di Catania e Presidente della Lega Italiana AntiFumo (LIAF).

Rispetto ad altre droghe, per esempio l’alcool, la nicotina ha la caratteristica di sviluppare dipendenza nella stragrande maggioranza dei consumatori, anche se in forma relativamente blanda. Ecco perché chi fuma riesce di solito a convivere, anche se con scarso entusiasmo, con i divieti. Il che non significa che possa rinunciare senza sforzo alla tentazione del tabacco. La nicotina infatti agisce a livello cerebrale innescando in diverse parti del cervello vari circuiti neuronali che portano alla liberazione di diversi neurotrasmettitori; tra questi la noradrenalina, legata ai meccanismi dell’attenzione, e la dopamina, che ha un importante ruolo fisiologico legato al soddisfacimento di appetiti fondamentali come la fame, la sete o il desiderio sessuale. Si tratta di un meccanismo che la nicotina ha in comune con altre sostanze psicoattive, e che ne spiega le attrattive. Tanto più che questa sostanza ha la capacità di stimolare una forma di adattamento neurologico — forse solo parzialmente reversibile — che potrebbe spiegare quel ”rischio ricadute” cui sono soggetti i fumatori che cercano di smettere, e che viene di solito attribuito con imprecisione a cause psicologiche.

La maggior parte dei danni imputati al fumo di sigaretta non deriva dal principio attivo, la nicotina, ma dalle altre sostanze, oltre 4000, prodotte dalla combustione del tabacco e responsabili di varie patologie tra le quali spicca, per gravità e frequenza, il tumore al polmone. La nicotina si limita a provocare gli effetti psicoattivi ricercati da chi fuma, e capaci di innescare la dipendenza e il comportamento compulsivo: «Stimola l’attenzione e la concentrazione, distende, allevia l’ansia e l’umore depresso, ha un effetto anoressizzante» precisa ancora il Prof. Polosa.

La dipendenza ha comunque una solida base fisiologica: quando la nicotina viene a mancare si manifesta uno stato di astinenza contraddistinto da tensione, irritabilità, insonnia, cefalea, astenia e vertigini. L’abitudine di cui la maggior parte dei fumatori fatica a liberarsi è però qualcosa di più complesso in quanto non è facile distinguere tra dipendenza da nicotina e dipendenza da sigaretta.

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