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martedì, Marzo 2, 2021
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Commit to Quit: la campagna antifumo dell’OMS sarà efficace?

Una recente pubblicazione ha analizzato il possibile impatto della nuova campagna dell’OMS che si ripromette di aiutare oltre 100 milioni di fumatori nel mondo, in paesi dove il fumo rappresenta una vera e propria piaga.
A firmare l’articolo Derek Yach, presidente della Foundation for a Smoke Free World, e Chitra Subramaniam, esperta internazionale di comunicazione e coordinatrice del progetto “Catania Conversation”, due autorità nel settore dell’harm reduction e della relativa comunicazione.

Quanto sarà efficace questa campagna?

Da anni l’OMS, si è fatta portavoce di progetti e iniziative per combattere la dipendenza tabagica. Come spesso accade, di fronte a organizzazioni le cui decisioni hanno risonanza mondiale, i processi di validazione delle terapie sono lunghi e molto spesso vanno a scapito di forme innovative di trattamento.

Un discorso universalmente valido, che, nel caso delle sigarette, ha permesso che per anni le terapie tradizionali nei percorsi di cessazione si basassero sull’utilizzo di farmaci o terapie sostitutive che prevedono l’uso della nicotina. 

Siamo oramai nel 2021 e sono molte le prove che indicano come terapie efficaci nella lotta la tabagismo non solo quelle tradizionali, abbinate a un’attività di counselling, ma anche quelle, ormai non più innovative, come l’utilizzo della sigaretta elettronica o dei prodotti a tabacco riscaldato.

Lascia dunque perplessi la campagne annunciata a dicembre dall’OMS, “Commit to Quit”, un approccio multisettoriale che, secondo previsioni, permetterà di aiutare oltre 100 milioni di fumatori nel mondo a smettere.

Una campagna che lascia alquanto perplessi, sia per i partner scelti che per le strategie da intraprendere.

L’OMS cita infatti come partner nel progetto colossi come Amazon Web Services, Facebook e goole. Per quanto possa risultare interessante la scelta di utilizzare alcuni dei colossi di comunicazione della nostra era, queste società non hanno esperienza nel settore della cessazione. Peggio ancora, nella lista risulta esserci anche Allen Carr’s Easyway, che molto spesso pubblicato studi di dubbia reputazione e validità scientifica, oltre che ostacolare l’uso della nicotina nelle terapia sostitutive.

Parte della strategia consiste nell’utilizzo di Florence, un’assistente vocale robotico in grado di fornire supporto a chi vuole smettere: scelta interessante, se non che l’algoritmo su cui si basa l’azione della voce non riesce ad elaborare le situazioni di vita reale, fornendo di conseguenza consigli privi di quella complessità di cui necessita un percorso di cessazione.

Che dire die paesi che l’OMS indica come di maggior attenzione?

Molte di queste nazioni non solo non ammettono l’utilizzo di strumenti a rischio ridotto, ma addirittura non hanno ancora inserito le terapie sostitutive a base di nicotina nei loro formulari nazionali. 

Ad aggiungere benzina sul fuoco, interviene anche un report pubblicato dall’OMS il 23 di dicembre, elaborato dal Comitato di esperti sulla regolamentazione dei prodotti del tabacco: di fatto, nel report si raccomanda di bandire i prodotti a tabacco riscaldato e le sigarette elettroniche.

Un’affermazione in netto contrasto con le evidenze scientifiche e validate riportato nel Global State of Tobacco Harm Reduction, che riporta come i prodotti a tabacco riscaldato e le sigarette elettroniche si dimostrino molto più efficaci nei percorsi di cessazione delle terapie tradizionali, garantendo un’esposizione di molto inferiore ai prodotti tossici derivanti dalla combustione della sigarette convenzionali e del bidis.

Analizziamo inoltre un’ulteriore resistenza dell’OMS: l’appoggio delle terapie che si incentrano sui concetti di riduzione del danno ai prodotti elaborati dalle major dell’industria del tabacco.

Come è possibile fidarsi di prodotti che vengono sviluppati da quelle stesse aziende che 20 anni fa abbiamo combattuto strenuamente?

Un’obiezione giustissima. Ma è un’obiezione che non tiene conto dell’innovazione tecnologica e dell’attenzione che ormai si pone sulla salute umana, che hanno reso questi colossi leader nella produzione di strumenti a rischio ridotto.

Possiamo davvero impedire che il pregiudizio condanni un possibile cambiamento epocale?

Perché non è possibile mettere a confronto il Comitato di esperti dell’OMS con gli scienziati che da anni si occupano di harm reduction per poter validare dei protocolli che siano efficaci ed universalmente validi?

La sfida dell’OMS dovrebbe essere tesa all’innovazione: non serve cercare nuovi metodi comunicativi per proporre terapie che iniziano a dimostrare scarsa efficacia se prese singolarmente. Approcciare i paesi dove la piaga del fumo ad oggi rappresenta un vero e proprio problema sociale con le scelte elaborate 20 anni fa, significa porre la basi affinché tra 20 anni queste nazioni abbiamo gli stessi problemi di cui noi stiamo discutendo ora. 

Ciò non significa che le terapie tradizionali debbano essere abbandonate. Significa semplicemente che ad oggi possiamo avere diverse frecce al nostro arco, e tutte vanno sfruttare.

Ancora una volta sono i numeri che dobbiamo considerare: perché pensare di aiutare “solo” 100 milioni di fumatori, se abbracciando le terapie innovative e implementando le normative nei paesi considerati potremmo aiutarne molti di più?

L’interesse rimane la salute pubblica: se dobbiamo tutelarla, è necessario inviare a cambiare approccio.

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